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Ringraziamo Maurizio Abis per l'immagine di copertina

di Luisa Cighetti

C’era una volta una regina soprannominata Nellamisuraincui; il suo vero nome nessuno lo ricordava più, poiché tanti erano stati nel tempo i nomi a lei affibbiati. Da ciò si capisce che non si trattasse affatto di una regina assai amata.

La donna aveva come massima aspirazione quella di essere venerata e compiaciuta; perciò era solita arroccarsi nel suo castello alla sola presenza dei suoi cortigiani più fedeli.

Il suo era un reame bellissimo che si estendeva su un’intera millenaria isola magicamente protetta da boschi secolari. Ma qualcuno aveva deciso d’insidiarne la bellezza riducendo sotto assedio il reame nell’indifferenza totale, se non già la favorevolezza, della già citata Nellamisuraincui.

Un giorno, i sudditi, pacificamente accorsi da ogni parte del reame, organizzarono una grande manifestazione davanti al castello. Intonarono canzoni tipiche, ballarono danze locali e suonarono musiche note anche ai loro avi; perché questo fa un popolo sicuro di sé, fa sentire la propria voce circondandosi dei suoni e dei ritmi del ricordo. Sul ricordo poggia solida la sua identità.

Mentre dava corso alla festa, il popolo cominciò a sventolare palloncini colorati e fogli firmati. Decine di migliaia di fogli firmati! A cosa servivano quelle firme? Avevano lo scopo di presentare dinnanzi alla regina e alla sua corte una legge d’iniziativa popolare che avrebbe dovuto difendere il reame dall’esercito dei Faccendieri del Vento; quelli che insidiavano le bellezze dell’isola.

Quel giorno, la regina, nonostante ogni buon proposito dei sudditi, non ne ricevette la delegazione popolare composta unicamente da bambini che dovevano consegnarle i tantissimi fogli firmati. Piuttosto, accolse all’interno del castello solo una piccola delegazione di adulti e la fece ricevere da un suo cortigiano. La delusione del popolo fu, allora, molta. Le danze e i canti cessarono mentre i tanti convenuti restarono in attesa che la regina si dimostrasse saggia. Ma, il giorno dopo, la delusione aumentò; la regina aveva emesso un proclama: «Nel mio regno comando io e ho già fatto una legge che difende il reame quanto basta; il resto è nella disponibilità dei Faccendieri del vento».

Costoro e il loro esercito di spietati esecutori gongolavano per la miope decisione della regina e, ormai al colmo della delusione, i sudditi smisero di sventolare i palloncini consegnandoli al vento come leggere lacrime d’aria che si disperdevano silenziose nell’atmosfera. Quella era solo una nuova forma di pianto. Non un pianto disperato, né rassegnato. Piuttosto era il pianto di chi stava meditando sul da farsi e aveva deciso di alleggerirsi di ogni, seppur minimo residuo, di stima nei confronti di una regina che certo si era allontanata dall’isola per lungo tempo ma ne era pur sempre figlia.

Cosa poteva fare, a quel punto, il popolo pacifico?  Era impotente contro le catapulte degli assedianti che intanto lanciavano pale gigantesche.

Ci fu una grande assemblea popolare. Tutti proposero soluzioni e tutti le votarono, compresi i bambini.

Prevalse la soluzione di portare dentro al castello la pace che i sudditi avevano nel cuore, quella che consentiva loro di sentirsi sicuri protettori della loro placida e florida isola. Quella pace che aveva abbandonato il cuore della regina per farlo avvolgere dalle spire del commercio avido. Finché pace, buoni propositi e amore per la propria terra restavano fuori, il castello non poteva diventare la casa di tutti e i Faccendieri del vento non potevano sentirsi esclusi dal reame. Così, una delegazione dopo l’altra, i sudditi sottoposero rimostranze circostanziate alla regina e alla sua corte. Se già era stata travolta dalle tante firme, ora sarebbe stata travolta dalle tante rimostranze. Era un assedio anche quello ma in una forma diversa, era un assedio di popolo e, attraverso esso, gli avvocati fecero finalmente valere la legge d’iniziativa popolare. Ricominciarono, dunque, i musicisti a suonare, allietando con la loro musica le sale; quelle sale dove i bambini avevano un posto per disegnare, correre e giocare. E poiché bisognava anche mangiare, gli arrostitori si scatenarono nel cortile del castello aiutati nel preparare centinaia di migliaia di pasti tipici anche dalla regina, alla quale, ormai nuovamente colma dell’amore per la propria terra, fu assegnato l’importante compito di preparare pane carasau per tutti, ben condito con il famosissimo casu marzu.

Vennero nuovamente fatti salire al cielo tantissimi palloncini colorati, ma questa volta non erano lacrime di tristezza quelle che si disperdevano nell’atmosfera. Erano, piuttosto, speranze colorate che si levavano alte per dimostrare al mondo intero che un popolo unito e forte dei propri ideali può opporsi ad ogni miope avidità. Infatti, di fronte a tutto questo, l’esercito nemico dovette mollare l’assedio e andarsene con le pive – o pale, fate voi – nel sacco.

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